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RESILIENZA: al di là del “non è successo niente”

13/06/2019

Le nostre Vite sono figlie del “non è successo niente!”.
Quante volte ce lo siamo sentiti dire da piccoli, dopo essere caduti, dopo esserci sbucciati un ginocchio contro l’asfalto.
“Su su alzati, non piangere, non è successo niente”.
“Ma come non è successo niente? Ho preso una botta pazzesca, brucia, esce sangue, ho paura e sento male, e tu mi dici che non è niente.”

( E diciamocelo, mentre me lo dici, mi sembri anche spaventato.)
Chiedimi “tutto bene?”, dimmi “non ti preoccupare adesso passa!”, raccontami di quella volta che anche tu sei caduto e ti sei fatto male, fammi sentire meno solo.

Ma no a noi hanno insegnato che “non è successo niente”, che non si piange, che ci si alza veloci e si va avanti. Il “non è niente” è la prima grande disconferma dei nostri stati emotivi che abbiamo ricevuto, è così che ci hanno insegnato a non sentire e soprattutto a non mostrare ciò che sentiamo. Sembra sciocco ma quel non è niente poi ce lo siamo portati avanti:
camminiamo seppelliti da strati di “non è successo niente”, “mi hanno insultata, ma non è niente”, “mi sento triste ma non è niente”, “Ho la febbre ma non è niente, vado a lavoro lo stesso”, non si piange , non si sta male. 
Non c’è tempo per ascoltarsi nell’era della felicità esibita sui social, del successo a tutti i costi, che se un giorno non hai la faccia da selfie ti senti quasi un alieno.
Abbiamo imparato a rialzarci in fretta senza neanche accorgerci che siamo caduti, ma questa è solo un’illusione, perché mentre noi crediamo di aver fatto i chilometri ci sono parti di noi che sono ancora lì per terra, perché non hanno avuto il giusto spazio.
E così, ad esempio, se la mente dimentica, il corpo ricorda tutto e ti ritrovi pieno di contratture e tensioni, te ne accorgi bene quando per caso provi a vedere se riesci a piegarti in avanti per toccarti la punta dei piedi e ti senti come se fossi di legno. Te ne accorgi quando provi a respirare profondamente e senti che non c’è abbastanza spazio dentro di te o quando per un nonnulla ti parte la gastrite. Così ci muoviamo nel mondo, convinti che si va avanti comunque, ma poi basta una frase detta da qualcuno che amiamo a farci “saltare i nervi”, a farci sentire tutto quel “niente”. Perché, si sa, le persone che ci sono vicine hanno questo straordinario potere di farci “svoltare la giornata” nel bene e nel male. Entriamo costantemente in re-azione con gli eventi perché sembrano risvegliare cose di noi che non vogliamo proprio vedere, perché ci hanno insegnato che siamo decisamente più amabili se siamo belli, felici ed efficienti.
Andiamo avanti in nome della tanto decantata “resilienza”, la capacità di far fronte agli errori, di rialzarsi dopo un insuccesso, ma ci dimentichiamo che per poterci rialzare dobbiamo quantomeno esserci accorti che siamo caduti, altrimenti tutto quello che faremo sarà continuare a strisciare convinti di correre.
Possiamo imparare a dare il giusto spazio a ciò che accade, non si tratta di fare un elogio alla tristezza, perché non c’è alcun valore aggiunto nell’essere tristi così come nell’essere felici. Si tratta solo di imparare a chiederci “ cosa sta succedendo?”, “che significato ha per me tutto questo?”, “Cosa sento?”, “Cosa voglio?”. Si tratta semplicemente di dare un tempo e uno spazio a ciò che sentiamo e poi andare avanti, un po’ più ricchi e consapevoli. 
A tutto ciò che accade possiamo attribuire un significato ed è nel significato e non nel significante che possiamo costruire il nostro benessere.


L’uomo è l’unico essere vivente che per vivere deve dare significato alla propria esperienza

J. Ortega Y Gasset



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